uomini di dio finale

Uomini di Dio ha appunto il merito di rievocare una pagina nota (dalle prime tensioni del 1993 all’uccisione del 1996) a pochi del lungo capitolo dei martiri cristiani del 900. Ogni gesto potenzialmente ad alto tasso simbolico (il bacio della ferita del Cristo da parte di Luc), ogni simmetria o “cadrage” geometrico suscettibile di “iconicizzare” gli agenti e gli eventi sono sottoposti ad un processo di naturalizzazione e de-ieraticizzazione che fa di Des hommes et des dieux una delle riflessioni laiche e umaniste sul rifiuto della separazione e sulla necessità dell’incontro più potenti degli ultimi anni. L’autore si concentra, in particolar modo, sulla messa in immagini e in racconto dei riti della quotidianità e delle pratiche iterate, all’interno come all’esterno del monastero, intercettando la prossimità spontanea e post-coloniale tra i francesi e la popolazione locale, un’apertura non avente per principio l’evangelizzazione; grandi blocchi narrativi che, soprattutto nella prima parte, contribuiscono a rendere conto, con poche pennellate massimamente rappresentative, di un’umanità culturalmente divisa ma unita nel bisogno, nel dolore. ...non so chi ha notato che, la cena dei confratelli, la sera prima della loro cattura, richiama l'Ultima Cena e la passeggiata nella neve del finale richiama il Calvario di Cristo. Come la violenza può essere sconfitta se il nostro atteggiamento rimane immutato di fronte alla minaccia: continuare la nostra esistenza nei luoghi e in mezzo alle persone da cui trae linfa. Frequenti i momenti d’incontro, scambio, preghiera comune e festa tra i monaci e i vicini musulmani a sottolineare identità capaci di confronto senza paura di perdersi. Man mano che il racconto passa dalla serenità alla preoccupazione per il pericolo incombente, è la preghiera ad illuminare di senso l’accaduto e ad essere traccia al veniente, rivelandosi così in relazione stretta con la vita e sostegno essenziale di quegli uomini. Un film che nulla fa per accattivarsi le simpatie dello spettatore. GLI SPIETATI Rivista di cinema online dal 1999 | Associazione culturale GLI SPIETATI – Codice fiscale 97823370016 | Concept Design & Development ESPRESSIONE FOTOGRAFICA. Beauvois antepone il messaggio alla forma. Loading... Unsubscribe from Antonello Iapicca? Algeria, anni ’90. In questo includo voi, amici di ieri e di oggi. I sette vivono nel convento di Thibirine nell’amore, ricambiato, per la popolazione musulmana dei dintorni, che vede nei monaci cattolici un punto di riferimento e di sicurezza. Non è semplice decide il voto da dare a questo film, la storia è molto commovente e merita di essere raccontata, è proprio questa a tenere viva l'attenzione ma il film in se è lento e noioso, pochi dialoghi e lunghi silenzi che sembrano eccessivi. Film sobrio ed intenso: un fedele spaccato di vita monastica in un contesto drammatico, in cui l'umanità la fa da padrone. Discreta la prova degli attori, bella la scena al tavolo sulle note di Cajkovskij. Indubbiamente c'è roba, anche agli stessi livelli (cioè da voto 7), più memorabile. Il fatto e la trama. Il film racconta una storia vera accaduta in Algeria nel 1996, dove una comunità di monaci benedettini operava in un piccolo monastero in favore della popolazione locale rifacendosi all’ antica regola cristiana dell’ Ora et Labora (“prega e lavora”). Se continui ad utilizzare questo sito noi assumiamo che tu ne sia felice. Che accettino che il Padrone unico di ogni vita non può essere estraneo a questa partenza brutale. Vincitore del Gran Prix du Jury all’ultimo festival di Cannes e trionfatore a sorpresa ai botteghini francesi, il film parte dalle testimonianze lasciate dagli otto monaci cistercensi francesi a Tiberine, regione montuosa dell’Algeria (registrazioni sonore, lettere), per ricostituire i loro ultimi mesi di vita. Ma Nord (1991), tragedia familiare ambientata nel Pas-de-Calais, il successivo N’oublie pas que tu vas mourir (1995), racconto di autodistruzione tra sieropositività e vitalismo, e Le petit lieutenant (2005), sobrio polar in equilibrio tra cronachismo e drammaticità, tracciano un profilo cinematografico di indubbia levatura espressiva. Sono un corpo e un'anima. Tutto questo raccontato attraverso un gruppo di monaci che vedono vacillare a volte la propria fede sotto i colpi di una guerra che invade a metastasi il luogo dove sorge il piccolo monastero. MIGLIOR FILM La forma dell'acqua - The shape of water - Guillermo del Toro e J. Dubbi, lacerazioni, frustrazioni. Finché il momento del martirio, per sette di loro, si compirà. Nove uomini, nove personalità, nove paure, nove decisioni, che seguiamo mentre pregano, mentre protestano il silenzio di Dio, mentre si confrontano, mentre lavorano, mentre meditano, mangiano, temono, aspettano, si ascoltano l’un l’altro e stanno in mezzo ai loro fratelli musulmani. La pacifica convivenza tra otto monaci francesi e la popolazione locale è compromessa dall’inasprimento del conflitto tra il governo e gli islamisti. Mi dispiace ma questo è il voto. La mia morte, certamente, sembrerà dare ragione a quanti, sbrigativamente, mi hanno trattato da ingenuo o da idealista... ma essi devono sapere che finalmente mi sarò liberato dalla mia curiosità più lancinante; perché potrò, a Dio piacendo, immergere il mio sguardo negli occhi del Padre per contemplare con Lui i suoi figli dell'Islam così come Lui li vede. Uomini di Dio (Des hommes et des dieux) - Un film di Xavier Beauvois. A Dio piacendo, nostro Padre. Che sappiano associare questa morte a tante altre morti violente rimaste nell'indifferenza e nell'anonimato. Importa sapere se furono davvero i terroristi che li rapirono o l’esercito che li inseguiva per far ricadere su di loro il sangue dei monaci? curarsi o correre incontro alla morte? Il film è estremamente lento e noioso ma risulta il miglior approccio verso una storia realmente accaduta che porta con sé un grande messaggio di pace, tolleranza e amore. Su questo sito utilizziamo cookie, nostri e di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione. E, su tutto, la ferma ostinazione di sgretolare la logica narrativa del dilemma. Anatomia del dilemma, in altri termini, e non è certo fortuito che sia N’oublie pas que tu vas mourir sia Le petit lieutenant presentino sequenze necroscopiche: osservare gli organi interni rivolta, impone una modificazione del punto di vista, obbliga a rivedere ciò che si riteneva definitivamente chiuso. La vita quotidiana all'interno di un monastero sull'Atlante algerino, con tutti i suoi riti religiosi e le sue varie attività nel villaggio, viene descritta e cadenzata con lentezza, quasi a portarci alla medesima scansione temporale con cui si svolge realmente; nel mentre, un'atmosfera carica di morte grava sempre più sui monaci presenti fino al suo ineluttabile compimento. Con un pudore e un’onestà intellettuale rari, che lo spinge a optare per un fuori campo eticamente e esteticamente necessario nella sequenza finale (non conosciamo con esattezza lo svolgimento dei fatti, visto che la corresponsabilità dell’esercito algerino nel massacro è più che presunta ma non certa), Beauvois laicizza la materia presentandoci un universo di uomini fragili che hanno pascalianamente “scommesso”, consapevoli che tale scommessa non colmerà mai il vuoto, l’assenza, il silenzio. Padre di entrambi. Il convento, però è ormai individuato come luogo per curare i feriti: proprio a Luc verrà portato il guerrigliero ferito e sofferente e ciò scatenerà la diffidenza delle autorità militari algerine, al governo in seguito al colpo di stato del 1991. Le cose, si avverte, non però così idilliache – e infatti i fondamentalisti della GIA erano in azione già da anni – ma è la strage di un gruppo di operai croati cristiani, in un cantiere nei dintorni, da parte dei rivoluzionari islamici a far capire ai monaci che sono in pericolo. Amen. In questa estrema elegia, disincantata e straziante, accompagnata dal Lago dei cigni di Tchaikovski e costituita da una serie di primissimi piani quasi pasoliniani, si afferma la verità degli uomini, terribilmente soli di fronte alla morte, e si percepisce il silenzio assordante di Dio, degli dei, prima della tempesta. Mentre Dio ci ha donate le 4 stagioni, alla Fine dei Tempi, quando si avvicina il "Giorno dell'Ira di Dio", le 4 stagioni che conosciamo saranno alterate, e l'atmosfera subirà delle alterazioni che, invece di andare a beneficio degli uomini, gli andrà contro per punire il mondo malvagio che ha vissuto senza Dio. Utilizziamo i cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Non vedo come potrei essere felice che questo popolo, che amo, possa essere indistintamente accusato del mio omicidio. Per motivare la loro scelta, inoltre, Beauvois e lo sceneggiatore Etienne Comar immettono molti atti di Credo (oltre alla lettura di scritture scelte non a caso), di cui uno molto interessante sul significato dell’incarnazione del Cristo. Una comunità di monaci benedettini opera in un piccolo monastero in favore della popolazione locale aderendo all'antica regola dell'"Ora et Labora". Al suo posto compare la problematicità soggiacente: non c’è decisione giusta o sbagliata in assoluto, non c’è gloria trionfante nello scegliere, ma, più umilmente e autenticamente, responsabilità dubitante. Il film racconta una storia vera accaduta in Algeria nel 1996, dove una comunità di monaci benedettini operava in un piccolo monastero in favore della popolazione locale rifacendosi all’ antica regola cristiana dell’ Ora et Labora (“prega e lavora”). Regia: Xavier Beauvois Francia 2010 - 120min. Algeria. Esotico ma casalingo, un possibile primo thriller religioso da guardare con pazienza e comprensione. Išnhallah” (op. - Lucky Red Distribuzione - Grand Prix e Premio della Giuria Ecumenica al Festival di Cannes 2010. Nel costruire la decisione di restare è decisivo, oltre alla preghiera, lo scambio di vita e parole con gli abitanti del villaggio; di fronte alla frase del monaco che ipotizza una motivazione alla loro partenza: “Siamo uccelli su di un ramo e non sappiamo dove andremo”, una donna replica: “Siamo noi gli uccelli, voi siete il ramo”. E lo spirito di temerarietà fa sì che vengano inseriti nella tessitura del racconto alcuni gesti pragmatici come scavare, spalare, costruire, ma soprattutto vivere in mezzo alla gente che ha bisogno. Avete presente quando fate una corsa podistica, e ripetete sotto sforzo "ma chi me lo ha fatto fare...". Se vuoi saperne di più consulta la. Orario dei film in tv. Il voto e` contrastato. Quando la guerra civile fra moderati e integralisti si farà sentire nel villaggio e lambirà il convento, saranno proprio le parole del Corano pronunciata da Christian e proseguite dal feroce guerrigliero (bellissima e toccante scena del film) ad allontanare, almeno per il momento, il pericolo per i monaci. ... peccando d’enfasi lungo il cammino e provando la strada della suspence verso il finale, quando forse sarebbe stato meglio rendere le cose in maniera più sfumata. che il film stesso s’incarica di demolire sotto i colpi di una problematicità inizialmente ignorata. Film tesissimo, come una corda di violino che è in grado di sprigionare la melodia più affascinante ed emozionante. Con Des hommes et des dieux (stentatamente tradotto in italiano con Uomini di Dio) il cineasta francese prosegue l’indagine del dilemma, analizzando le dinamiche comunitarie e i tentennamenti profondamente umani degli otto fratelli trappisti del Monastero dell’Atlante in Algeria. Non succede nulla per due ore. E’ una trama che si potrebbe raccontare in mezz’ora; viene allungato il brodo con intramezzi inutili sulla quotidianità dei preti, intrecciandoli con altre scene degli algerini. La regia infatti è molto buona, con alcune scene che spiccano per qualità, in particolar modo verso la fine i primi piani dei monaci che sulle note di musica classica esprimono perfettamente il mutamento dei loro stati d'animo, una sequenza davvero poetica. Ma nel gruppo di religiosi serpeggia la paura, non tutti sono disposti ad aspettare una morte, possibile se non probabile. Uomini di Dio ha appunto il merito di rievocare una pagina nota (dalle prime tensioni del 1993 all’uccisione del 1996) a pochi del lungo capitolo dei martiri cristiani del 900. Sembra un paesaggio medievale con una perfetta simbiosi fra abitanti e monaci, che va aldilà della religione. Monaci senza superbia ma scossi dal timore (le remore di Célestin e Paul), dal tremore (la crisi di Cristophe), dal terrore (il nascondersi di Amédée e Jean-Pierre): non esaltati in cerca di martirio, ma uomini abitati dalla stanchezza (le innumerevoli visite mediche giornaliere effettuate da Luc), dallo sconforto (la pausa di Michel alla legnaia), dalla fragilità (“La debolezza, in sé, non è una virtù ma l’espressione di una realtà fondamentale del nostro essere”). Tutto il film e anche il testamento di Christian, il priore intellettuale del gruppo, ci dice il contrario: un solo Dio è padre di tutti e chi non lo capisce non sa quello che si fa. Un cinema della ferita, dunque. Ho vissuto abbastanza per riconoscere di essere complice del male che, purtroppo, sembra prevalere del mondo e persino di quello che mi colpirà ciecamente. All' elicottero minaccioso e assordante, non potranno che opporre i loro canti e la loro preghiera; all'avvicinarsi dell'ultima ora di libertà, opporranno una sobria cena, con due belle bottiglie di un buon rosso francese, e l'accompagnamento di una suggestiva pagina dal Lago dei cigni. Il rispetto reciproco tra loro, che prestano anche assistenza medica, e la popolazione locale di fede musulmana è palpabile. Ecco che potrò, se piace a Dio, immergere il mio sguardo in quello del Padre, per contemplare con lui i suoi figli dell’islam come lui li vede, totalmente illuminati dalla gloria di Cristo, frutti della sua passione, investiti del dono dello Spirito, la cui gioia segreta sarà sempre lo stabilire la comunione e ristabilire la somiglianza, giocando con le differenze” (Frère Christian de Chergé e gli altri monaci di Tibhirine, Più forti dell’odio, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose 2010, p. 230). Dinanzi al diniego vengono chieste medicine che vengono rifiutate perché scarse e necessarie per l'assistenza ai più deboli. La religione nelle sue innumerevoli sfaccettature, la sua fragilità, la sua complessità, la sua crudeltà, la sua bontà. Già, perché ciascun film del quarantatreenne cineasta francese pone di fronte a uno o più dilemmi (ribellarsi al padre o sopportare passivamente? Beauvois concepisce i suoi film come corpi da sezionare, entità da sviscerare, sia che si tratti di ribellioni incestuose (Nord), malattie in incubazione (N’oublie pas que tu vas mourir), licenziamenti arbitrari (Selon Matthieu) o iniziazioni poliziesche (Le petit lieutenant). "Des hommes et des dieux" sceglie coraggiosamente di ispirarsi ai fatti di cronaca avvenuti a Tibhirine (Algeria) nella prima metà del 1996. Con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin. Fratelli di un solo Padre, come ricorda frère Christian nel suo testamento spirituale: “(alla mia morte) sarà finalmente liberata la mia più lancinante curiosità. Uomini di Dio . Conosco il disprezzo col quale si possono accomunare gli abitanti di questo Paese presi globalmente; conosco anche una certa caricatura dell'Islam che incoraggia un certo tipo d'islamismo. Forte del magistero dreyeriano e bressoniano ma senza scadere nell’imitazione pedissequa, Beauvois scolpisce una messa in scena austera e disadorna (colonna sonora esclusivamente diegetica) che contrappone la regolata geometria degli interni monastici all’asimmetria, ora gioiosa ora tragica, degli esterni nel villaggio e nei luoghi circostanti. Le pagine più belle del film, si trovano, a mio avviso, nella rappresentazione della fragilità umana, dei dubbi e delle esitazioni dei monaci, che sono uomini e non dei, e perciò temono il dolore e la morte, come tutti. Il titolo italiano Uomini di Dio ha fatto discutere: la traduzione letterale sarebbe “Uomini e dei”, a sottolineare il rapporto tra diverse religioni e non la focalizzazione solo su “questi” uomini di Dio. So anche le caricature dell’islam che un certo islamismo incoraggia. Splendido film che racconta la vicenda dei frati trappisti in un monastero sulle montagne dell'Atlante in Algeria. L’Algeria e l’islam, per me, sono un’altra cosa: sono un corpo e un’anima”. Ogni carattere si fa portatore di un insopprimibile desiderio di resistenza, un bisogno che non ha nulla di eroico: dalle splendide e non rassegnate ultime parole di Christian (Lambert Wilson) alle lamentazioni amorose del più giovane dei monaci, dalla dolcezza infinita e l’ostinata apertura di Luc agli occhi pieni di amore e paura dell’anziano futuro sopravvissuto. Però poi il film di Xavier Beauvois fa una scelta (narrativa) di campo: racconta la vita e la morte di un gruppo di monaci cistercensi francesi nell’Algeria degli anni 90, insanguinata dalla guerra tra i terroristi del Fronte Islamico di Salvezza e il regime militare corrotto dell’epoca. Xavier Beauvois, regista che solo recentemente sembra aver trovato forma e toni giusti (Le petit lieutenant), dopo anni di avventure cinematografiche discutibili, tra narcisismo auto assolutorio e stucchevole tardo romanticismo (N’oublie pas que tu va mourir), firma con Des hommes et des dieux, impropriamente e biblicamente tradotto in Uomini di Dio (della serie: non avrai altro Dio al di fuori di quello cristiano…), la sua opera più compiuta e complessa. Poi si allontanano e sempre più si confondono gli uni con gli altri… “E anche per te, amico dell’ultimo minuto, che non avrai saputo quel che facevi. Il tutto suggellato da due momenti di puro cinema che tolgono il fiato: il viaggio in auto del monaco più lacerato (in semi-soggettiva) e la lunga sequenza del prefinale. Se la prima mezzora di film risulta un collage di inquadrature apparentemente lente e inutili, in cui i dialoghi latitano e la religiosità dei monaci protagonisti invade in maniera impavida la trama, e l'idea che state covando è null'altro che pessimistica sulla restante ora e mezza, allora vi dico: portate pazienza! Al di là del più che discutibile titolo che falsa l'originale (che per fortuna almeno rimane nella locandina e basta sapere un minimo di francese per accorgersi della cosa) siamo in presenza di un buon film che trasmette con efficacia un messaggio di pace: è un inno alla tolleranza e al dialogo tra gli uomini a prescindere dagli dei che si venerano (o meno). Le interpretazioni e la fotografia salvano il film, ma poteva decisamente essere migliore. La loro verita' sono i gesti quotidiani, l'aiuto al villaggio, la preghiera, il lavoro, i dubbi, le paure le speranze e le certezze. Come se stessero seguendo i ritmi di clessidre invisibili, otto monaci benedettini conducono la loro opera missionaria con la buona frequenza degli orari delle messe. Se appena si sfuggirà a poche informazioni, tutta la vicenda può accadere ovunque, ieri, oggi e domani. L'assassinio dei sette monaci, d'altra parte, non fu mai pienamente chiarito, né l'abolizione del segreto di stato ha potuto escludere un ruolo attivo dell'esercito governativo algerino nel massacro, né dei Servizi segreti, il che adombra ragioni politiche, non religiose dietro l'orrenda ingiustizia. Orario dei film in tv. Uomini di Dio finale Antonello Iapicca. Non tanto e non solo una ferita reale (il taglio delle vene di N’oublie pas que tu vas mourir, le coltellate nel ventre di Le petit lieutenant), quanto piuttosto una ferita morale: quella che squarcia la superficialità dell’alternativa per mostrarne le interiora, la dimensione nascosta che risiede oltre l’epidermide. Anche dei terroristi, di cui non ci si augura il male (vengono curati anche loro, la morte del capo suscita compassione); ma il film non fa sconti sulla loro crudeltà, come si vede bene nella scena del massacro degli operai croati. Nelle prime sequenze la giornata dei monaci c’è lo stesso ritmo e sguardo rispettoso de Il grande silenzio, il bel film di Philip Grö- ning che ci ha raccontato un anno della comunità trappista de La Grande Chartreuse in Francia. Frère Jean-Pierre e frère Amédée si salveranno perché non trovati dai terroristi nelle loro celle. Eppure non sono le decisioni prese dai fratelli a contare, ma le loro esitazioni (“Non importa la risposta”), le loro incertezze (“Vivremo con questo dubbio”). Hitchcock diceva che "Il dramma è la vita con le parti noiose tagliate", qui qualche parte un pò noiosa c'è. L’alternanza tra preghiera-vita, comunità-singolo, convento-mondo non è in chiave di opposizione ma di diversità che si arricchiscono e si donano senso. Un cinema parco di parole, dove queste ultime, per essere necessarie, dovrebbero essere puntuali ed esaustive nel punteggiare svolte importanti (quando il capo della comunità di Lambert Wilson decide di non usufruire della protezione dell’esercito o quando si rifiuta di fornire medicinali ai fondamentalisti): non è sempre così ma, infine, l’opera sa restituire senso e personaggi, chiudendo con una scena meravigliosa, quella in cui, nel refettorio, Michael Lonsdale estrae due bottiglie di vino, ascolta ‘Il lago dei cigni’ e Beauvois scruta, con carrello, le espressioni dei monaci, prima felici, poi meste, specchio della musica le cui arie passano dal giocoso al cupo. Nove uomini, nove personalità, nove paure, nove decisioni, che seguiamo mentre pregano, mentre protestano il silenzio di Dio, mentre si confrontano, mentre lavorano, mentre meditano, mangiano, temono, aspettano, si ascoltano l’un l’altro e stanno in mezzo ai loro fratelli musulmani. Questo altrove, infatti, sicuramente metafisico, non coincide mai con l’aldilà: è il mistero dell’aldiquà ad essere colto, in una sorta di metafisica della quotidianità assieme palpabile e sfuggente. Iscriviti alla newsletter di Filmscoop.it per essere sempre aggiornarto su nuove uscite, novità, classifiche direttamente nella tua email! Luc, il medico frate, ora vecchio e malato, li cura, per puro spirito d'amore e di carità, altri confratelli si rendono utili nel coltivare i campi, altri raccolgono il miele e lo vendono sul mercato, mentre Christian, più giovane e mistico, legge e annota il Corano, comprendendo molto bene che una sua corretta interpretazione non può che indurre al rispetto delle differenze reciproche fra Islam e Cristianesimo, culture di pace. La scelta compiuta dal priore Christian (Lambert Wilson) non manca tuttavia di sollevare dubbi in alcuni fratelli, che esprimono le loro riserve nelle riunioni capitolari fino a formulare l’ipotesi di lasciare il paese per evitare un inutile martirio. Durata 120 min. A Cannes 2010, dove vinse il gran premio della Giuria al festival di Cannes (in pratica il secondo premio, ma meritava la Palma d’oro), sorprese la commozione e la stima conquistata in una critica che non ama certo i film “religiosi”. Uomini di Dio Per non dimenticare i frati trappisti di Tibhirine, mirando all'Oscar. I monaci non accolsero né l'invito ad accettare il presidio del convento da parte dell'esercito, né la perentoria intimazione a lasciare il paese alla volta della Francia, perché, proprio nel momento di maggior rischio, tutti ritrovarono le irrinunciabili ragioni che li avevano indotti ad amare la terra di Algeria e il suo popolo, con il quale essi decisero di condividere rischi e paure. Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 a Tibhirine, in Algeria, sette monaci trappisti del convento di NotreDame-de-l’Atlas, sono rapiti; le loro teste saranno ritrovate il 30 maggio. Uomini di Dio . E dal 1994 dirigo giornali, giornalini, ora testate on line... La segreteria di “Sentieri del Cinema” risponde a tutte le email ricevute all’indirizzo: info@sentieridelcinema.it, Progettato da Elegant Themes | Alimentato da WordPress. Beauvois racconta con taglio documentaristico il travaglio di un gruppo di uomini divisi tra umane paure e il dovere morale, più che un atto di fede, di rimanere e di essere più forti dell'odio circostante. cit., p. 231). L'ultima zingarata - Un funeralone da fargli pigliare un colpo. Non rinunciando alla psicologia ma allo psicologismo (dai volti dei monaci non è possibile ricavare un pensiero univoco), il cineasta francese tratta i sentimenti con immutata sensibilità: la carola di primi e primissimi piani che, sulle note tchaikovskiane, incatena le effigi dei fratelli con lapidaria frontalità non le riduce a icone astratte portatrici di un affetto enfatico ma ne coglie empaticamente il dilagare delle emozioni. Attore, sceneggiatore e regista, dal 1991 al 2005 Beauvois ha girato quattro lungometraggi, tre dei quali semplicemente bellissimi. In questo 'grazie' in cui tutto è detto, ormai, sulla mia vita. È troppo facile mettersi a posto la coscienza identificando questa via religiosa con gli integralismi dei suoi estremisti. Cliccando "OK" l'utente accetta detto utilizzo. Il film vincitore lo scorso anno del Gran Premio della Giura al festival di Cannes racconta la storia di un esiguo gruppo di frati trappisti sequestrati in Algeria nel 1996. Niente da dire: un film molto bello, vero. Troppo lontano dal mio modo di vedere il cinema. L'ho trovato noioso, lento e appesantito da dialoghi effimeri, per non parlare dei numerosi intermezzi di cantato tra i religiosi. Più che un film è una testimonianza per tutti, credenti o no che mostra come chi ha accolto il cristianesimo nel profondo del proprio cuore può affrontare ogni aspetto della vita con una serenità e un amore inspiegabile; il lavoro, i rapporti con gli altri uomini, la malattia, la morte, tutto è vissuto a partire dall'amore a Cristo. Dall'ira di Dio non saranno risparmiati gli uomini di scienza, ma gli uomini di cuore. Siamo nel 1996, nel pieno della guerra civile d'Algeria. Dispiace non poter apprezzare pienamente un film così ben girato e interpretato. gli uomini e gli dei di laulilla Feedback: 2061 | altri commenti e recensioni di laulilla sabato 23 ottobre 2010 Uomini di Dio", è cosa diversa dall'originale "Gli uomini e gli dei", poiché sembra quasi alludere a una contrapposizione, nel film inesistente, fra gli sventurati monaci trappisti, qui rievocati (la storia è vera) e i musulmani che vivevano a ridosso del convento. Sequenza dopo sequenza, l’alternativa di partenza si svuota di senso, si rivela un guscio vuoto. "Se mi accadesse un giorno, che potrebbe essere oggi, di essere vittima del terrorismo che sembra voler inglobare tutti gli stranieri che vivono qui, vorrei che la mia Comunità, la mia Chiesa, la mia famiglia, si ricordassero che la mia vita è stata donata a Dio e a questo Paese. La vita nel convento di monaci, che sorge alla periferia di un piccolo villaggio di quel paese, prosegue fra le normali attività quotidiane, ispirate alla regola benedettina del lavoro e della preghiera, portate avanti da un esiguo numero di religiosi, per lo più anziani, in un clima di fraterna solidarietà con gli abitanti musulmani dei dintorni. Realismo aspro e privo di vezzi ornamentali, atmosfere plumbee e opprimenti, conflitti umani alieni da ogni manicheismo, protagonisti antieroici e moralmente imperfetti: questi i tratti principali del suo cinema. Purtroppo non mi ha detto nulla, e mi dispiace perché il soggetto era buono, anche se non granché invitante (almeno per me). Inshallah.". Il medesimo rispetto per gli uomini che pervade il Testamento spirituale di frère Christian: “So il disprezzo con il quale si è arrivati a circondare gli algerini globalmente presi. subire l’arbitrio dei padroni o vendicarsi personalmente?) Christian, l'abate eletto dalla comunità, decide di rifiutare la presenza dell'esercito a difesa del monastero non senza trovare qualche voce discorde tra i confratelli. Di fatto, anche con l’emergere del conflitto culturale, coincidente con la prima irruzione dei ribelli islamisti nel monastero, il narratore rimane incollato ai volti e agli sguardi indirizzati verso l’Altro o proiettati in un altrove (il film prolifera di sguardi riflessivi persi nel vuoto) mai identificabile. Ordine elenco: Data   Media voti   Commenti   Alfabetico. Poi finita la corsa rivedete il tutto come una esperienza, come una prova/esperienza di vita e vi iscrivete anche alla gara dopo. Uomini di Dio (Des hommes et des dieux) è un film del 2010 diretto da Xavier Beauvois e basato sull'assassinio dei monaci di Tibhirine avvenuto nel 1996.. Il titolo originale, tradotto esattamente Uomini e Dei, si riferisce ad una citazione biblica presentata all'inizio del film: "Io ho detto: «Voi siete dèi, siete tutti figli dell'Altissimo».Eppure morirete come ogni uomo" (Salmo 82.6-7). Stupenda una scena, nella quale i monaci condividono mezzo bicchiere di vino tra intense emozioni, intuendo forse il loro destino. Non posso augurarmi questa morte. L'ho trovato un po' pesante quando si soffermava eccessivamente sui momenti delle preghiere:enfasi ne andava sicuramente data, forse un po' troppa... Difficile dare un voto a questo film... sarebbe come sparare sulla croce rossa :-), "Tutto quello che ci restava da fare era vivere" (cit.). un film che tocca tematiche religiose in modo inedito ma allo stesso tempo secondo me poteva essere arricchito con più dialoghi e una trama leggermente meno soporifera. Scrivo di cinema dal 1992. Questo Paese e l'Islam per me sono un'altra cosa. Se nessuno ve l’ha ancora detto, lo facciamo noi: Xavier Beauvois è uno dei maggiori talenti che il cinema francese, il migliore al mondo, abbia prodotto negli ultimi venti anni.

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